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Corte di Cassazione, INGENGNOSI

Videosorveglianza in azienda: quando è reato e quando non lo è?

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È reato installare un sistema di videosorveglianza in azienda? Oggi, con IngegnoSi, esamineremo questa questione facendo riferimento alla sentenza del tribunale e al successivo ricorso in Cassazione di un’imputata, lavoratrice in un bar. Esploreremo i dettagli dei fatti, le motivazioni della sentenza e le argomentazioni presentate nel ricorso dell’imputata. Inoltre, in questo contesto, analizzeremo cosa stabilisce l’articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori, ossia la legge 300/1970.

Quando il sistema di videosorveglianza in azienda è funzionale alla tutela del patrimonio dell’azienda l’installazione di esso non si configura come violazione della legge n. 300 del 1970, purché tale impianto audiovisivo non comporti un controllo a distanza dell’attività lavorativa dei dipendenti. Questo concetto è stato riaffermato dalla Corte di cassazione nella sentenza n. 3255 del 27/01/2021 della Sezione III. Ora vedremo perché tale pronuncia trova conferma nel ricorso di un’imputata, lavoratrice in un bar.

Il fatto, il reato e la condanna del Tribunale.

Il tribunale condanna l’imputata a un’ammenda di 3.000€ per la violazione della legge n.300 del 1970 perché ritenuta responsabile dell’installazione di un impianto di videosorveglianza in azienda senza la preventiva autorizzazione richiesta dalla legge. In virtù di ciò, l’imputata presenta ricorso in Cassazione contro tale sentenza per tre motivi principali.  

Nel primo motivo l’imputata spiega che il Tribunale non considera due aspetti fondamentali per poter dichiarare fondata la medesima sentenza. Quali sono questi aspetti? In particolare, il Tribunale non considera se l’impianto di sorveglianza in azienda fosse preposto alla registrazione e né se l’imputata fosse dipendente o datrice di lavoro. L’impianto del bar in questione era a circuito chiuso e il bar non aveva dipendenti. Inoltre, secondo l’imputata non ci sono elementi idonei a confermare il fatto illecito.

Sistema audiovisivo

In ragione a queste motivazioni la difesa denuncia l’eccessività della pena e la mancata applicazione della causa di non punibilità dell’art. 131-bis c.p, causa che secondo la difesa bisogna riconoscere per il danno arrecato e l’intensità del dolo. Secondo la Corte Suprema tale sentenza presenta dei limiti e delle carenze perché essa considera soltanto l’installazione del sistema di videosorveglianza in azienda senza specificare se ci fossero dipendenti subordinati in azienda e né se tale sistema implicasse un significativo controllo dei dipendenti. Alla luce di ciò cosa decide la Corte di cassazione?

Videosorveglianza in azienda: la decisione della Corte di cassazione.

La Corte di cassazione accoglie il ricorso dell’imputata focalizzandosi sulla critica esposta nel primo motivo citato sopra. In particolare, la sentenza del tribunale non specifica se l’imputata fosse datrice di lavoro e se l’impianto audiovisivo fosse capace di registrare.  La Corte Suprema avvalora tale decisione perché non si può parlare di reato se non ci sono lavoratori ripresi a distanza. Questo reato, secondo quanto stabilito dall’articolo 15 del D.Lgs. 10 agosto 2018, n. 101, è caratterizzato dalla violazione dell’articolo 4, comma 1, della legge 20 maggio 1970, n. 300, che regola l’uso, da parte del datore di lavoro, degli impianti audiovisivi e di altri strumenti che permettano il controllo a distanza dell’attività dei lavoratori.

Inoltre, la Corte sottolinea che la mancanza di effettiva autorizzazione delle rappresentanze sindacali o ispettorato del lavoro non può costituire una motivazione valida per condannare l’imputata, soprattutto se la videosorveglianza in azienda, come il caso in esame, è funzionale alla tutela del patrimonio aziendale sempre secondo il d.lgs. n. 101 del 2018. La Corte Suprema critica la sentenza del Tribunale per le motivazioni spigate sopra.

Tale critica porta all’annullamento della sentenza impugnata, con rinvio al Tribunale di origine. Quest’ultimo dovrà valutare, attraverso una diversa persona fisica, se sussiste o meno il reato previsto dalla legge n. 300 del 1970, articoli 4 e 38, e D.Lgs. n. 196 del 2003, articolo 171, come modificato dalla legge n. 101 del 2018. In particolare, dovrà verificare se nel bar gestito dall’imputata lavorino dipendenti subordinati e se il sistema di videosorveglianza implichi un significativo controllo sull’ordinario svolgimento dell’attività lavorativa dei dipendenti, nonché se vi sia la necessità di mantenere il sistema “riservato” per consentire l’accertamento di gravi condotte illecite.

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